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ÞAĐ BESTA SEM GUĐ HEFUR SKAPAĐ ER NÝR DAGURLA COSA MIGLIORE CHE DIO ABBIA MAI CREATO E' UN NUOVO GIORNO (Viðrar Vel Til Loftárása - Sigur Rós)
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July 01 Inní mér syngur vitleysingur...Oggi sono felicissimo, amici cari. Quasi come se la Juve avesse vinto un trofeo importante... Ho appena realizzato un sogno che avevo da tempo: vedere dal vivo i Sigur Rós!!! Sabato 12 luglio sarò all'Auditorium - Parco della Musica di Roma... Insomma, dopo aver setacciato internet alla ricerca di un biglietto per giorni e giorni (la Cavea è sold-out da quasi due mesi), finalmente ho raggiunto il mio scopo!!! Non solo: ho acquistato 2 tagliandi per altrettanti posti nel settore da 40 euro per il prezzo complessivo di 60 €!!! E vai... Che bello!!! Jónsi, Georg, Kjartan, Orri... Arrivooooooo!!! ![]() Orri Páll Dýrason, Georg “Goggi” Hólm, Kjartan “Kjarri” Sveinsson e Jón “Jónsi” Þór Birgisson June 10 Olanda - Italia 3-0: Donadoni, fuori dai maròni.![]() I tormentoni di Fabio Caressa, che due anni fa accompagnarono la nostra entusiasmante cavalcata da Hannover a Berlino, adesso sembrano un ricordo sbiadito. E non solo perché stavolta ci toccano i rantolii indistinti di Dossena e le acconciature improbabili di Franco Lauro. In tutta sincerità, non avrei mai pensato di commentare l'esordio dell'Italia ad Euro 2008 con un pesante 3-0 nella bisaccia. Ho peccato di ottimismo ma, evidentemente, le recenti prestazioni dei nostri mi avevano indotto a sottovalutare l'agghiacciante mediocrità di chi è al timone di questa squadra. A mio avviso, ma ritengo sia opinione largamente condivisa, il grande colpevole della vergognosa débacle in terra svizzera è, prima di chiunque altro, Roberto Donadoni. Non mi è mai piaciuto il nativo di Cisano Bergamasco: troppo evidente, a tratti addirittura imbarazzante, il divario di esperienza, preparazione, carisma rispetto al suo predecessore, per non sembrare uno che sulla panchina della Nazionale ci è seduto per caso. A ben vedere, l'opinione del sottoscritto è stata anche quella di molti tifosi e addetti ai lavori, prima che la (stentata) qualificazione alla kermesse austro-elvetica non trasformasse il Nostro in un genio incompreso, da riconfermare a furor di popolo (almeno) fino a Johannesburg. Del resto, in Italia riusciamo sempre bene a farci del male da soli e non si può dire che il commissario tecnico non goda di adeguata protezione politico-mediatica, se solo se ne considera la scuderia di provenienza. Peraltro la stessa del vice-presidente della FIGC, Demetrio Albertini (un altro che andrebbe immediatamente preso a pedate). Il clima di buonismo e di euforia, che ha pian piano soppiantato lo scetticismo iniziale, ha rappresentato la classica foglia di fico sulle magagne di una gestione tecnica che, al momento, si palesa deficitaria e che, tra una settimana, potremmo essere costretti a definire addirittura fallimentare. E' vero che non siamo ancora fuori dall'Europeo (l’equilibrio del nostro girone ci dà una mano, in uno con la pochezza della Francia) ma certi errori sono talmente macroscopici che su di essi non è consentito glissare oltre. Cominciamo da lontano, ossia da un dato di carattere statistico: tra le sedici partecipanti al torneo, l'Italia ha la rosa con l'età media più elevata. Ciò vuol dire che negli ultimi due anni Donadoni non è riuscito a svecchiare un gruppo che, probabilmente, a Berlino era arrivato al capolinea in molti dei suoi elementi. In quest'ottica, pesa non poco l'aver ignorato gente come Giuseppe Rossi e Sebastian Giovinco, mai convocati nemmeno per respirare l’aria di Coverciano, così come risulta inspiegabile l’utilizzo con il contagocce di Aquilani e Chiellini, anche ieri sera tenuti in naftalina in nome di un malinteso rispetto delle gerarchie. Ma su questo si ritornerà fra breve. L’eccessivo rispetto di Donadoni nei confronti di alcuni “senatori” è risultato stridente rispetto al trattamento riservato ad altri, come Filippo Inzaghi ed Alessandro Del Piero: convocato per trasferte logisticamente improponibili, come quelle a Reykjavík e Tórshavn, il capitano della Juventus è stato poi umiliato durante lo scialbo 0-0 milanese con la Francia, tanto da non essere più richiamato in Nazionale fino al ritiro austriaco, nonostante la sua entusiasmante stagione. Non solo: contemporaneamente, Donadoni impiegava nove mesi per accorgersi della rinascita di Cassano e altrettanti per individuare in Borriello il sostituto naturale di Toni, ovvero per scoprire Gamberini, chiamato in fretta e furia solo dopo l’infortunio di Fabio Cannavaro. In effetti, la disavventura del napoletano ha ulteriormente palesato l’incapacità del commissario tecnico di tenere ben saldo tra le mani il timone della squadra: davvero imbarazzanti i tentennamenti con cui Alessandro Del Piero è stato designato nuovo capitano della Nazionale, come se vi fossero altri realmente in grado di raccogliere l’eredità di Cannavaro, avendone lo stesso carisma e la medesima leadership. L’inadeguatezza di Donadoni risalta non soltanto in molte delle sue scelte tecniche, decisamente cervellotiche (basti pensare che il bergamasco gioca con un modulo sconosciuto alla quasi totalità delle squadre del campionato italiano), ma anche nella rivedibile gestione complessiva del gruppo, che senza il capitano di Germania è apparso inammissibilmente allo sbando. Questa incertezza, che dal comandante si è poi trasmessa alla truppa, è emersa ieri sera in tutta la sua evidenza, fino a lasciarci nudi, impotenti, privi di difese: la formazione scesa in campo contro l’Olanda è semplicemente lo specchio fedele di questa gestione arruffona, che si porta dietro una serie di punti interrogativi per i quali potrebbe ormai essere troppo tardi trovare una risposta. Lasciando da parte Buffon, in difesa l’unico ad aver fornito una prestazione decorosa è stato Christian Panucci. Dopo di lui, il diluvio: agghiaccianti le amnesie di Materazzi e Barzagli, apparsi due dilettanti allo sbaraglio, mentre Gianluca Zambrotta è ormai la copia sbiadita di quello che ai tempi della Juventus era il miglior terzino sinistro del mondo. Francamente incomprensibili le ragioni per cui i due titolari di Berna sono stati preferiti a Chiellini: se Giorgio viene da una stagione disputata ad alti livelli, è innegabile sia che Barzagli vaghi per il campo da due anni (chiedere ai palermitani) sia che Materazzi, dopo l’infortunio patito in Ungheria, si sia sempre espresso abbondantemente al di sotto della decenza. Peraltro, constatata l'oscenità delle loro prestazioni, vien da sé domandarsi come mai Nicola Legrottaglie non sia stato minimamente preso in considerazione, a dispetto di una stagione in cui ha dimostrato di essere nettamente più in palla dei due fantasmi di Berna. Capitolo centrocampo. Io ritengo che se una squadra arriva seconda in campionato e l’altra quinta delle ragioni vi siano. Per me, forse per molti, certamente per Fabio Caressa – che ieri sera mi ha confortato, ripetendo esattamente il mio pensiero – ma non per il cuore rossonero di Roberto Donadoni, che opta per una mediana da Coppa UEFA, piuttosto che per la cerniera dei vice-campioni d'Italia. Risultano, pertanto, logicamente inspiegabili le preferenze per Gattuso (ormai prossimo alla sedia a dondolo) e per Ambrosini (inguardabile), mentre De Rossi, Perrotta ed Aquilani hanno fatto da spettatori illustri per 90 minuti. Il risultato di questo scempio è sotto gli occhi di tutti: è bastato un semi-sconosciuto spilungone del F.C. Twente (Orlando Engelaar) per scatenare il panico in quella che in Germania fu una mediana che faceva strabuzzare gli occhi al mondo intero. Infine, l’attacco. Qualcuno dovrebbe spiegare a Donadoni che nelle manifestazioni di un certo livello ci vogliono esperienza, carisma e leadership. Specialmente se alla vigilia il tuo capitano si rompe una caviglia. Insomma, ci voleva Alessandro Del Piero e non il pur bravo Di Natale, che sembrava farsela addosso già durante l’inno nazionale. Non è un caso che l’Italia si sia sciolta immediatamente dopo il vantaggio siglato (in fuorigioco) da Ruud van Nistelrooy: quella di ieri sera era una squadra senza leader e il commissario tecnico è stato il solo a non intuire che l’unico in grado di poter fare le veci di Cannavaro era il capitano della Juventus. Dal campo, ovviamente, non dalla panchina. Allo stesso tempo, non si comprende come non giochi Antonio Cassano, sul quale è addirittura superfluo spendere parole. Il dramma è che le alternative muoiono su questi nomi: è impensabile che Borriello e Quagliarella - bontà loro - possano all'improvviso trasformarsi nei salvatori della patria, se, fino all'altro ieri, la loro partita della vita era il derby della Lanterna o la semifinale di Coppa Italia. Mi domando se queste considerazioni appartengano anche al gattopardesco Giancarlo Abete, che anche a Berna ha dato sfoggio di invidiabili capacità mimetiche non comparendo dinanzi a nessuna telecamera per commentare la batosta in salsa oranje. Ma, si sa, nel Belpaese questa è una delle poche pratiche in cui tutti i politici sono in grado di eccellere, a qualsiasi livello. In compenso, il successore del moralizzatore Guido Rossi si era affrettato a rinnovare l’accordo con il CT fino al mondiale sudafricano, come se in Italia fosse inconcepibile lavorare senza avere la certezza di un futuro dorato (l’Olanda ci ha travolti con Van Basten prossimo allenatore dell’Ajax): a questo punto, viene da domandarsi come si possa andare avanti con Donadoni, già esautorato dalla critica e da buona parte dello spogliatoio, qualora non si riuscisse a raddrizzare la baracca. Misteri all'italiana. L’auspicio è che, nei tre giorni che ci separano dalla Romania, l'uomo dal mento deragliato rinsavisca e ci consegni una squadra più logica, mettendo da parte scelte che il campo ha palesato del tutto insensate. E' ovvio che si può perdere una partita. Il problema è che ieri abbiamo perso anche la faccia. La stessa che Buffon e Del Piero non hanno esitato a metterci, con dichiarazioni che probabilmente competevano ad altri, non a loro. Il primo, come non mai scurissimo in volto, si è presentato ai microfoni RAI ancor prima della doccia, chiedendo scusa agli italiani per la figuraccia rimediata in eurovisione; il secondo, nonostante abbia giocato 20 minuti e sia entrato sullo 0-2, ha sottolineato che nessuno deve sentirsi non colpevole per il risultato conseguito. A proposito di leadership. Prenda esempio da loro chi ha avuto l'ardire di fare spallucce, dicendo che "l'Olanda non ci ha sovrastato": se possibile, tolga il disturbo. Prima che la pazienza degli italiani vada a farsi benedire. June 05 NBA, THE FINALS - BOSTON CELTICS - LOS ANGELES LAKERSHanno atteso ben 21 anni prima di ritrovarsi così, una di fianco all'altra a dispetto della geografia, per sgomitare all'uscita dell'ultimo curvone. Quella tra Celtics e Lakers è una delle rivalità più accese ad antiche non solo del basket a stelle e strisce, ma dello sport mondiale in assoluto. Sono le franchigie più vincenti della NBA, quelle che hanno infiammato gli anni '60 e '80 con duelli epici, consegnando alla Hall of Fame decine di campioni inimitabili: Bill Russell, Bob Cousy, Larry Bird, Nate Archibald, Jim Loscutoff, Bill Sharman per i Celtics; Kareem Abdul-Jabbar, James Worthy, "Magic" Johnson, Elgin Baylor, Jerry West, Byron Scott, Wilt Chamberlain per i giallo-viola californiani. Agli amanti di questo sport non potranno non inumidirsi gli occhi questa notte, nel rivedere il parquet del leggendario Garden nuovamente teatro di una sfida tanto affascinante: i tifosi del Massachussetts probabilmente la immaginavano sin dall'estate scorsa, quando si accasarono in riva all'Atlantico Ray Allen e Kevin Garnett, quest'ultimo al centro dell'affare di mercato più sensazionale della storia, con ben 8 giocatori scambiati (7 contro 1). Ma viverla è sicuramente un'altra storia. Non c'è solo il mito, però, a far da sfondo ad una serie che si preannuncia combattutissima. Celtics-Lakers segna anche il primato del glamour, essendo l'occasione più ghiotta per vedere urlare le stelle di Hollywood in mocassini e cappellino, magari col pop-corn tra le mani: se Jack Nicholson e Cameron Diaz sono presenze fisse allo Staples Center, anche i Celtics possono vantare alcuni tifosi d'eccezione, quali Jack Norris e Ben Affleck. Ad entusiasmare, tuttavia, sarà soprattutto il duello tra Kobe Bryant e Paul Pierce, i giocatori più rappresentativi delle rispettive squadre. Curioso, forse addirittura crudele il destino di Paul, finora all'asciutto di vittorie ma losangelino di nascita e tifoso dei Lakers sin da piccolo: stanotte si ritroverà contro le sue stesse emozioni, sarà costretto a combattere contro il suo cuore e le sue origini per entrare nella storia dei Boston Celtics da vincente, non solo da campione. Ancor più determinante potrebbe però essere la sfida a tutto campo tra Kevin Garnett, vero trascinatore di Boston durante la post-season, e Lamar Odom, che cercherà di riscattare con l'anello un passato fatto di droga e pessime compagnie, sebbene, alla lunga, la differenza potrebbero farla i comprimari come Derek Fisher e Vladimir Radmanovic, Rajon Rondo e Kendrick Perkins, senza dimenticare che i Celtics possono contare su una panchina, almeno sulla carta, qualitativamente più ricca, con James Posey pronto a dare il suo contributo soprattutto dall'arco dei 6,75 metri. Proprio per questo, nonostante il prevedibile equilibrio di una serie di finale così ricca di fascino, i Celtics sembrano partire con qualche metro di vantaggio. Per tutti, non per la cabala, considerato che, nelle ultime due occasioni in cui gialli e verdi hanno incrociato i guantoni, hanno sempre festeggiato in California. Doc Rivers e i suoi Celtics si augurano che quel vecchio detto stavolta non ci prenda... Si alzi il sipario, dunque. Lo spettacolo sta per cominciare. May 31 Carvalho de Oliveira Amauri![]() Presentazione di Amauri alla Juventus Da ieri Carvalho de Oliveira Amauri è un calciatore della Juventus. Dopo mesi di estenuante trattativa, che a tratti ha assunto i contorni di una vera e propria soap opera, è giunta la tanto attesa fumata bianca. Il passaggio è avvenuto per la cifra complessiva di 22,8 milioni di euro, importo che computa anche la valutazione di Nocerino (7,5 milioni) e la comproprietà di Lanzafame, che non è ancora rosanero solo per una questione di tempistica (va prima risolta la compartecipazione del Bari e poi ufficializzata quella del Palermo). Durante il teatrino delle scorse settimane, inscenato - come spesso accade - più dai giornalisti che dai protagonisti della vicenda, ho preferito astenermi dal rilasciare le mie impressioni su Amauri vestito di bianconero, per timore di essere poi smentito dal volgere degli eventi. Giunta l'ufficialità del trasferimento, posso finalmente esprimere la mia piena soddisfazione: il brasiliano è una grande attaccante, in possesso di colpi straordinari e con un fisico che gli consente di fare reparto da solo. Giocatore duttile, eclettico, Amauri rappresenta l'ideale quadratura di un reparto offensivo già forte, come dimostrano i risultati realizzativi - di squadra e individuali - dell'ultima stagione, che peraltro è stata anche per il neoarrivato la migliore in termini di score: 15 gol sono un bottino di tutto rispetto, specie se si considerano le difficoltà incontrate dal Palermo, squadra discreta ma allo sbando per lunghi tratti e con giocatori che ormai avvertivano la maglia rosanero troppo stretta per le proprie ambizioni (a proposito, Zaccardo e Barzagli andranno a far grande il Wolfsburg, compagine dalla invidiabile tradizione...). Dissento anche da coloro che ritengono eccessivo l'esborso della Juventus: io credo che Amauri sia stato pagato il giusto, sia considerando il suo valore sia riflettendo sulla valutazione che le parti hanno dato del cartellino di Nocerino, decisamente esorbitante rispetto alle abilità pedatorie del napoletano, che considero inadeguato per una grande squadra come la Juve. Peraltro, a tranquillizzare i tifosi sono giunte anche le puntualizzazioni di Monsieur Blanc, stavolta opportune come non mai: l'amministratore delegato ha rassicurato tutti sulla permanenza di Trezeguet e sul ritorno di Marchisio, De Ceglie e, soprattutto, Giovinco, autentico trascinatore della Nazionale olimpica che ha appena vinto il torneo di Tolone. L'impressione è che la nuova Juve stia nascendo bene, anche se necessita ancora di un paio di innesti: se arrivassero John-Arne Riise e Xabi Alonso dal Liverpool... May 30 Kent - Tillbaka Till Samtiden![]() Negli ultimi tempi, complice la mia ormai nota passione per la cultura scandinava, ho scoperto la musica di un gruppo di cui fino a poco tempo fa ignoravo totalmente l'esistenza. La band in questione si forma nel 1990 ad Ekilstuna, non lontano da Stoccolma, ed è attualmente composta da 4 membri: Joakim Berg, Markus Mustonen, Sami Sirviö e Martin Sköld. In una parola, i Kent. Il disco responsabile di questo travolgente innamoramento artistico è il recente Tillbaka Till Samtiden, espressione svedese che sta per "ritorno ai giorni nostri". Il lavoro segna una svolta decisa nel sound dei Kent, traghettati con successo verso una musica elettronica di marca vistosamente "Depeche Mode": i fans storici del gruppo, popolarissimo in Scandinavia ma seguito anche nel resto d'Europa da un buon numero di affezionati, all'inizio resteranno spiazzati dal sound di Tillbaka Till Samtiden ma se ne innamoreranno nel giro di pochi ascolti. La nuova matrice melodica, difatti, pur emergendo in maniera chiara e netta, non annulla le caratteristiche peculiari dello stile della band, ma si affianca ad esse senza emarginarle: ancora presenti i riff di chitarra, pur non avendo un ruolo di primo piano come nel passato, così come lo è, al massimo delle sue potenzialità evocative, la voce di Joakim Berg, che continua a dipingere con superba maestria atomosfere retrò, oscure e malinconiche. Sotto questo aspetto, la traccia di apertura, Elefanter, è come una dichiarazione d'intenti: le prime note sembrano richiamare alla mente una porta socchiusa che pian piano si apre verso un corridoio buio, nel quale non si intravede la luce. Attraverso Ingenting, splendido singolo accompagnato da un videoclip altrettanto mirabile, si giunge all'ascolto di Columbus e Sömnen, poesie meravigliose nei loro toni sognanti e melanconici: Sömnen kommer som en vän tur retur mot tystnaden... canta Joakim. E' un sonno purificatore, nel quale ognuno di noi è chiamato a scontrarsi con le emozioni più recondite dell'animo. Un'esperienza struggente ma allo stesso tempo catartica. Ormai l'ascoltatore è presente solo con il fisico, non più con la mente. Il suo spirito è nell'iperuranio, volato in un universo lontano: può osservare il mondo dall'alto, magari da un castello d'aria (Vy Från Ett Luftslott). E' un'esperienza stupenda ma altrettanto spaventosa. L'intento di Joakim è proprio quello di spingerci a confrontare il nostro io e le nostre paure, impresa che richiede coraggio e fermezza (Våga Vara Rädd): la paura non è sintomo di fragilità, quanto il segno di un animo vivo, pronto ad affrontare la vita e a conoscere i propri limiti senza averne timore, con la sicurezza di potersi spingere oltre. Dopo l'ipnotica LSD, Någon?, la vivace Generation Ex sembra restituirci alla materialità, ma è solo un'illusione: il futuro è ancora imperscrutabile per ciascuno di noi (framtiden är ändå utom räckhåll för oss...) e non resta che prendere atto di essere soli. Forse non i più soli in Svezia (Ensammast i Sverige), ma certamente i più soli nel nostro piccolo mondo di speranze disattese e paure insormontabili. Lo consiglio vivamente a tutti.
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